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...ma non sei arrabbiato?


Ma non sei arrabbiato?


I miei bimbi, quelli dolci, quelli scorbutici, quelli solari e quelli ombrosi, sono i MIEI bimbi. Loro lo sanno.

Insieme impariamo a contare.

Guardiamo fogli di numeri sparsi e diamo loro un senso.

Leggiamo le spiegazioni fatte in classe dai professori e le traduciamo in un nuovo codice personale più comprensibile.

E poi aspettiamo il test.

E dopo ancora il voto.


Sia che sia stato un buon risultato sia che non lo sia stato, ragioniamo su ogni passaggio svolto in verifica.

Sento la loro gioia per il lavoro ben fatto e il loro dispiacere nello scoprire un errore che poteva essere evitato. 

E faccio mie queste emozioni. 

Non vi nascondo che quando i più fragili stanno affrontando un test li penso intensamente come se il mio sforzo potesse aiutarli a distanza, per non lasciarli soli anche quando non sono accanto a loro. Faccio sempre così anche per i miei figli. 

Un atteggiamento sciocco, scaramantico, lo so, ma lo faccio!

Talvolta  spero in un colpo di fortuna, che non ci sia proprio l’unico esercizio che non sanno fare o magari che capiti proprio l’unico che hanno imparato a svolgere in autonomia.

Ma perché sono spinta a queste tensioni, sicuramente inutili, anche quando non sto lavorando? 

Perché so che il voto è lo strumento per misurare la preparazione. Il lavoro svolto si traduce in un numero che racchiude l’attitudine per la materia ma anche l'impegno. E i miei bimbi, solari, chiassosi, irrequieti, gioiosi, timidi, con me si impegnano, non concedo vie di fuga e li voglio motivati al massimo. E non esiste incentivo migliore di un buon voto. 

Accade però che molto spesso il numero a destra in rosso, sopra la data metta in evidenza le fragilità personali contro cui lottano quotidianamente. 

E per non soffrire troppo partono le frasi consolatorie di rito:


  • Il voto conta ma non è tutto.

  • Un numero non descrive una persona.

  • Il lavoro di tanti pomeriggi non può ridursi ad un numero e basta!

  • Ma poi nella vita, quella vera, quella fuori dalla scuola, quella da adulto non importa più nulla a nessuno di questo voto. Te lo dimenticherai, vedrai…

Okay. 

Poi il dispiacere passa.

O forse NO... non è proprio così che vanno le cose. Ci sono conseguenze. 

Perchè puoi dirlo cento volte che si tratta solo di un numero ma alla fine può capitare di crederci veramente che quel numero, così basso, secco, inequivocabile,  sia veramente lo specchio di una persona, può capitare che sia più facile rassegnarsi all'evidenza di un voto per soffrire meno. 


Un paio di giorni fa un bimbo mi ha dato candidamente la notizia del brutto voto.

Mi ha detto che aveva fatto degli errori di distrazione, sorridendo, perché quegli argomenti li sapeva e non era preoccupato: “Non sono mica di quelli che piangono per un voto!”

Gli ho chiesto se non fosse un po’ arrabbiato per quegli errori di distrazione, quelli che avrebbe potuto evitare. Mi ha risposto di no. Li aveva fatti e li avrebbe fatti ancora, erano soltanto errori di distrazione. 

Allora, come sempre abbiamo fatto un’analisi di ogni passaggio, riflettendo bene, paragonando fra loro i vari problemi.

E finalmente è venuta fuori tutta la rabbia. La sua, quella di un bimbo che ha percepito quella verifica come facile e l'ha affrontata con troppa superficialità, che ha realizzato come l’occasione per raddrizzare la media senza troppo sforzo in classe fosse svanita, che ha studiato con impegno ma che durante il test si è abbandonato alla leggerezza o alla visione di sé indissolubilmente legata agli errori di distrazione.


Non permettere alla rabbia di uscire significa accettare di non rendere al meglio,  significa accontentarsi di una cattiva performance anche in futuro. 

Non bisogna sottomettersi al voto, il voto guida alla misurazione del lavoro e dell’impegno.

Se il lavoro di preparazione è stato adeguato bisogna pretendere da se stessi un buon voto.

Quindi reagire e impegnarsi affinchè l’errore di distrazione non si presenti più.

Ma soprattutto rifiutare ogni volta l’immagine di sé insufficiente, rifiutare che il voto insufficiente ci appartenga.

Se il lavoro e la comprensione dell’argomento sono stati adeguati il voto insufficiente deve far arrabbiare e reagire.

Il voto insufficiente non passa con il tempo, bisogna farlo passare, attivamente.

Trasformare il dispiacere in un pizzicorino per trovare l’energia di reagire.

Senza esagerare, ovvio.


La capacità di trovare equilibrio tra il desiderio di reagire ad un risultato non del tutto positivo e la serenità per l'essere consapevoli di aver fatto del proprio meglio per arrivare a quel risultato è il vero segreto per il successo come persona. 

A quel punto sì che il voto non conta più. 




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