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vincenti diversi


Mi alzavo presto la mattina e preparavo la colazione: uova, spremuta di arancia e caffè, la colazione dello sciatore.
Il caffè lo bevevo io, che non sciavo.
Le uova e la spremuta erano per Matteo, mio figlio, che sciava.
Era in una squadra preagonistica…o come diceva lui a cinque anni: “Faccio Agonia”.
E per me, che non sono una sportiva, si trattava di una vera agonia.
Non ho spirito agonistico, non mi piace gareggiare, nemmeno partecipare.
Ma mi piace vincere.
Mi piace faticare, lottare e vincere. Non nello sport. In altre cose della vita.
Forse a voi piace lo sport ma, si sa, siamo tutti diversi.
In una cosa però siamo tutti uguali: ci mettiamo in gioco con tutte le nostre forze in qualcosa in cui crediamo o, meglio, in cui crediamo di poter vincere.
Un’altra cosa in cui forse siamo tutti un po’ simili è che alla maggior parte di noi piace immedesimarci nelle storie che sanno di fatica, impegno ma infine vittoria.
Ed è la storia di Giulio che in questo momento ci appassiona.
Giulio ha delle cose in “meno” che lo costringono a lottare con una cosa fuori dalla norma. Ma ha anche una cosa in “più” che lo porta ad essere un vincente.
E qui la sua diversità ci appassiona, ci incuriosisce, ci diverte.
Perché siamo tutti consapevoli di avere dei “meno” come lui e di avere qualche “più” …magari non proprio come lui, ma quasi.
Diverso è bello!
Ma quando io parlo delle diversità, delle neurodiversità che incontro quotidianamente nel mio lavoro, non trovo la stessa comprensione, tantomeno il desiderio di immedesimarsi in una situazione che non ha evidenti possibilità di vittoria.
Perché i ragazzi che seguo hanno neurodiversità che impattano non soltanto nella sfera relazionale ma anche in quella dell’apprendimento e nella maggior parte dei casi non possono contare su un quoziente intellettivo da genio ma su un QI nella norma.
Per un ragazzo come Giulio siamo tutti disposti a chiudere un occhio sulle stranezze per restare affascinati dalle sue capacità logico-matematiche. È un vincente ai nostri occhi.
Per uno dei miei bambini discalculici accettiamo con difficoltà un errore in una tabellina dopo anni di esercizio per poter ammirare il procedimento di risoluzione  di un problema di geometria diverso dal solito, da quello che gli altri comunemente farebbero.
Lui non è un vincente ai nostri occhi.  È meno semplice per lui esprimere la sua creatività e ingegno perché è bloccato da un disturbo dell’apprendimento che agisce proprio in un’area vicina a quella in cui potrebbe eccellere. Se riuscissimo a eliminare questo ostacolo potrebbe finalmente mostrare di che cosa è capace. Basterebbe da parte nostra chiudere un occhio sulle tabelline e permettergli di usare la tavola pitagorica. E a quel punto potremmo vedere un ragazzo normale, a volte innovativo, a modo suo vincente.
Siamo tutti diversi, ma siamo davvero pronti ad accettare le diversità che non portano ad una vittoria immediata?
Se facessimo tutti un piccolo sforzo per accettare le diversità altrui forse permetteremmo a molte persone di mettersi in gioco con impegno anche in ambiti che inizialmente non sembrano favorevoli. 
E sicuramente si alzerebbe il livello della sfida, della gratificazione agonistica.
Con una sicura diminuzione del senso di agonia. 

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