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Il faro a cosa serve?

Il faro indica la strada.

E il docente?

...crea autonomia per poter seguire la rotta.

Nel mio quotidiano, come spesso ripeto, lavoro con studenti che incontrano difficoltà. Tanti studenti, troppi. E come molti, mi chiedo dove possiamo davvero agire, noi adulti, per correggere la rotta. Perché c'è qualcosa che non funziona se i ragazzi continuano a perdersi per strada.

Per ogni allievo valuto attentamente le cause del “problema scolastico”. Mai, in nessun caso, ho riscontrato che il malfunzionamento del sistema alunno-scuola dipendesse da un eccesso di spiegazioni. Semmai, è vero il contrario.

Ed è lì che entra in gioco la mia “ripetizione” dell’argomento: una spiegazione accurata, meticolosa, mai improvvisata.

Un lavoro di ricostruzione, pezzo per pezzo: degli argomenti perduti, della tecnica di risoluzione, degli strumenti matematici, del metodo di studio.

Io e lo studente, insieme, ottimizziamo ogni minuto di quell’unica lezione settimanale. Parlo, certo. Non potrei fare altrimenti. Ma ogni parola è mirata, ogni pausa è intenzionale: i silenzi non sono assenze, sono spazi lasciati per accogliere una risposta.

Non abbandono lo studente nel vuoto. Non posso, perché non è autonomo. E non lo sono nemmeno i suoi coetanei, salvo rari casi che sfuggono alla regola e non dipendono certo dalla bravura del docente.

Talvolta leggo o ascolto opinioni che invitano a “lasciar fare”, ad incoraggiare l’autonomia già durante le ore di lezione.

Non entro nel merito delle altre discipline, ma nel campo della matematica, per come lo vivo ogni giorno, credo che l’autonomia non si attui durante la lezione: si costruisce con un lavoro costante in tempi lunghi.

Una classe non è autonoma perché l'insegnante parla meno. Lo è quando lo studente sa come pensare, e lo fa con fiducia.

Ogni volta che inizio a lavorare con un nuovo studente, so che non posso dare per scontata la sua autonomia. So che non basta dirgli "Vai!" perché si metta in moto con fiducia, ordine e metodo. L'autonomia non è un presupposto; è una meta da costruire insieme, con pazienza, intenzionalità e strumenti precisi.

Nel mio lavoro, accompagnare significa proteggere l'avvio del pensiero. Per i primi passi, strutturo ogni ragionamento in modo da non creare insidie. Lo faccio perché l'errore, in questa fase iniziale, non aiuta a crescere: spesso disorienta, blocca, demoralizza. Serve invece un primo percorso sicuro, dove tutto è alla portata: comprensibile, visibile, affrontabile.

Per questo motivo. non assegno mai compiti nelle primissime fasi del percorso. Preferisco che il tempo fuori dalla lezione non diventi un territorio incerto, dove il rischio di sbagliare possa compromettere la fiducia che si sta appena formando. I compiti arrivano solo quando sono certa che lo studente abbia gli strumenti per gestirli, il tempo di un mese, due mesi, due settimane…a seconda della situazione,e vengono proposti in una progressione ordinata e crescente di difficoltà. Questo processo continua fino a quando, un giorno, lo studente sarà in grado di affrontare esercizi complessi fin da subito, senza bisogno di essere "confortato", perché il suo metodo lo protegge e la fatica non lo frena. Quando vedo che lo studente acquisisce padronanza di una competenza, comincio a guidarlo con discrezione, lasciando libertà solo negli ambiti in cui ha già costruito sicurezza. Così il successo non è un premio, ma un'esperienza concreta e ripetuta, da cui attingere energia e motivazione.

La vera autonomia nasce da una somma di condizioni favorevoli che si intrecciano: strutture chiare che ordinano il pensiero e anticipano i passaggi logici; modelli visivi che aiutano a vedere le connessioni tra concetti; strategie esplicite che rendono trasparente come si ragiona, non solo cosa si sa; e una progressione graduale della libertà, calibrata su ciò che lo studente può sostenere, senza ansia né confusione.

Quando lo studente inizia a muoversi da solo, io non scompaio. Resto presente, ma faccio un passo indietro. Non lascio lo spazio per abbandonarlo: lo libero affinché possa occuparlo con consapevolezza. In questo equilibrio tra vicinanza e distanza, tra struttura e libertà, accade che lo studente inizi a fidarsi del proprio pensiero. E la fiducia, in educazione, è creare un contesto dove ogni studente, prima o poi, possa dire:

"Ora posso farlo da solo, e so come farlo bene."

Questa è per me l'autonomia: non libertà precoce, ma libertà preparata, consapevole, conquistata.

Il faro è ancora lì e lo studente può raggiungerlo, in autonomia.


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