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capita...agli altri


Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila iniziavo a leggere sui giornali articoli che parlavano di difficoltà scolastiche e di bambini che faticavano. Non se ne parlava ancora con il linguaggio che utilizziamo oggi e non esisteva una cornice chiara come quella attuale ma il tema iniziava ad affacciarsi nel dibattito pubblico.
In quel periodo ero particolarmente sensibile a queste letture. Avevo appena lasciato il mondo della ricerca e mi stavo avvicinando all’insegnamento con l’abilitazione per la scuola superiore. Stavo cambiando prospettiva professionale e ciò che leggevo iniziava a risuonare in modo diverso. Eppure rimaneva una convinzione silenziosa. 
Erano problemi che riguardavano altri. 
Altri figli altre famiglie altre storie.

Questo atteggiamento rassicurante profondamente umano sono certa sia capitato anche a molti di voi, magari sotto forme diverse e con altre chiavi di lettura.

Ma ad un certo punto le difficoltà compaiono con varie forme e diverse intensità.
I figli crescono iniziano a frequentare le scuole medie, escono dal nido di ovatta delle elementari e le richieste cambiano. I compiti diventano più lungh, lo studio non diventa autonomo come ci si aspettava. Compaiono stanchezza, crisi emotive, frustrazione e talvolta un rifiuto esplicito della scuola. 
È spesso in questa fase che i genitori incontrano le prime vere difficoltà.
Quando questi genitori arrivano a chiedere aiuto è importante chiarire subito un punto fondamentale:
la maggior parte delle situazioni che incontro non riguarda disturbi dell’apprendimento ma richieste non ancora compatibili con le risorse del bambino in quel momento della crescita.

Non ogni fatica è un disturbo.
Non ogni difficoltà richiede un’etichetta.

Questo non significa minimizzare o rimandare. Agire presto permette di sostenere il bambino prima che la difficoltà si strutturi e diventi fonte di sofferenza, frustrazione o perdita di fiducia.
In questo passaggio il ruolo dell’adulto è centrale. 
Non consiste nel correggere subito o nell’aumentare il numero degli esercizi. Consiste prima di tutto nell’osservare.
Osservare come il bambino affronta le richieste, dove si inceppa, quali passaggi risultano troppo complessi, quali strategie non sono ancora disponibili.
È questo il lavoro che svolgo con L’Algoritmo: 
non "dare di più" ma CAPIRE DOVE. 
Attraverso uno sguardo attento ai processi di esecuzione, l’attenzione si sposta dal risultato finale al modo in cui il bambino organizza il lavoro, mantiene le informazioni, gestisce l’errore e il carico cognitivo.

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