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soluzione: impossibile


Quando un mio studente con difficoltà e fragilità non riesce a scomporre un’equazione di secondo grado perché, semplicemente, non è scomponibile si sente inadeguato. Non si ferma a considerare che quella difficoltà potrebbe appartenere alla soluzione del problema stesso e non a lui. La interpreta come un limite personale.
Lo stesso accade quando affronta un problema di geometria a più passaggi. Arriva a un punto corretto del ragionamento, si accorge che manca un dato, per esempio una base necessaria per calcolare un’area, e si blocca. Invece di pensare che quel dato possa essere ricavato a partire da ciò che già conosce e quindi portare avanti nella risoluzione del problema, conclude di non essere in grado di proseguire. Cerca la formula "giusta" invece del percorso.
In entrambi i casi il passaggio iniziale è corretto. Lo studente ha individuato un nodo reale: qualcosa manca, qualcosa non torna, qualcosa non è immediatamente disponibile.
Proprio questo momento che dovrebbe aprire al ragionamento viene vissuto come una chiusura.
Il senso di inadeguatezza nasce qui. Non dall’errore.
Nasce dall’abitudine a non sapere e dal tentativo di compensare questa incertezza attraverso un uso automatico delle formule senza una reale comprensione del processo.
Lavorare sulla matematica significa trasformare un “non ho” in un “devo trovare”.

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