Quando l’errore non si ferma e diventa conseguenza.
Immaginate di fare un lavoro e di essere disordinati nel catalogare i dati, le ore lavorate, le attività svolte.
Nel complesso, il lavoro risulta mal riuscito: troppi errori, poca chiarezza, confusione nella gestione e nella visione d’insieme.
Nonostante qualche richiamo o indicazione, non riuscite a correggere la rotta.
Poi, al momento di chiudere, l’ultimo errore: sbagliate a fare i conti e chiedete molto meno di quanto vi spetterebbe, non per la qualità, ma per il tempo impiegato.
Un danno nel danno.
Anche la parte finale – quella legata al riconoscimento del proprio impegno – è compromessa.
Non è più un errore isolato, ma una catena lasciata crescere.
Una gestione fragile del lavoro e di sé: mancanza di autocontrollo, di valutazione critica, di lucidità.
Una fragilità non intercettata in tempo.
Questo tipo di situazione non è raro, e merita attenzione.
Un errore non è solo un inciampo: quando non viene gestito, si amplifica.
E le conseguenze si riversano nella vita reale: perdita di fiducia, di opportunità, a volte anche economica.
Difficoltà nella pianificazione e nell’organizzazione possono affondare le radici in fragilità mai riconosciute: disturbi dell’attenzione, difficoltà di regolazione, disturbi dell’apprendimento trascurati o gestiti male.
Così si arriva all’età adulta senza strumenti, vittime di errori che diventano ingestibili.
Parlarne è necessario.
Perché se l’errore resta una colpa o viene solo ignorato, non si impara a gestirlo davvero.
Ma l’errore non va nemmeno giustificato o tollerato:
va educato.
Riconosciuto, contenuto, trasformato.
Può essere un limite… oppure uno strumento.
Dipende da quanto siamo disposti a guardarlo in faccia.
Con lucidità.
Con coraggio.
Senza sconti.
E ora cambiamo prospettiva.
Immaginate di essere voi il datore di lavoro.
Ricevete un’attività svolta male, e alla fine vi arriva anche una richiesta di compenso errata, al ribasso.
Sapete che vi stanno chiedendo meno. È l’ennesimo errore. Ma il lavoro ha creato danni concreti.
Come vi comportereste?
Correggereste l’errore e paghereste tutto?
O lascereste correre, pensando che quel compenso, in fondo, non è stato guadagnato?
E se al posto del lavoratore ci fosse vostro figlio?
Un figlio che ha fatto un lavoro disordinato, incoerente… ma che secondo voi merita incoraggiamento, rispetto, comprensione?
Come genitori, chiediamo che ogni sforzo venga riconosciuto.
Ma quando siamo dall’altra parte, come adulti nel mondo,
agiamo con lo stesso senso di giustizia anche verso l’errore altrui?
È una domanda scomoda. Ma necessaria.
Solo guardando l’errore da entrambi i lati possiamo imparare a renderlo davvero educativo.
Genitori ed educatori devono essere alleati nella gestione dell’errore.
I due sguardi devono coincidere.
Perché il figlio, lo studente, il futuro lavoratore deve essere il primo ad imparare che
una svista può generare danni.
Ma può anche insegnare molto.
Argomento molto interessante, da tutti i punti di vista.
RispondiEliminaDal punto di vista del dipendente e la sua scrivania / il suo PC o del titolare che deve valorizzare il lavoro. Valorizzarlo dal punto di vista produttivo, economico ma anche sociale
E poi l'eterno conflitto genitori e figli. Il loro benessere, il nostro desiderio.